Le interviste de L’Innesto
FOTOGRAFIA
Marco Merati
Una breve presentazione del fotografo Marco Merati

Mi chiamo Marco Merati e da molti anni mi occupo di fotografia di architettura. Ho collaborato con studi di architettura, aziende di costruzioni e pubblicato sulle principali riviste del settore. Abito da otto anni in zona Bovisa e proprio un progetto fotografico sulla zona dove risiedo è stato pubblicato nell’ultimo anno da Perimetro, Witness Journal, EyesOpen Magazine e dal Corriere della Sera. Il progetto fotografico ricerca le memorie storiche ed architettoniche di uno dei poli produttivi più importanti in Italia fino a qualche decennio fa.

Una presentazione del lavoro fotografico relativo allo scalo ex Greco Breda su cui sta lavorando.

Il lavoro sullo scalo Greco Breda fa parte di un progetto più ampio, intitolato “Sette Scali” che ritrae gli scali ferroviari milanesi interessati in questi anni da trasformazioni urbanistiche.

Aree ora chiuse al pubblico e quindi estranee alla città, ma che diventeranno nel corso di pochi anni centri nevralgici della vita metropolitana.

Basandosi sulle sue conoscenze dello stato di fatto dell’area, quali aspettative e quali timori le suscita un progetto di rigenerazione urbana come L’Innesto che trasformerà l’ex scalo ferroviario in un nuovo quartiere della città?

La sensibilità progettuale e ambientale ha fatto passi in avanti molto importanti negli ultimi anni. Le architetture tengono in conto le esigenze della quotidianità e del vivere sociale, del verde e dei servizi.

Fino a qualche anno fa non vi era questa attenzione e le architetture “chiuse” (cioè usufruibili solo da privati e spesso completamente avulse dal contesto urbano) non donavano nulla alla collettività, e spesso rappresentavano il riempimento di uno spazio vuoto che non aveva nulla a che vedere con l’uomo.

Questo cambiamento ha fatto sì che nascessero architetture “aperte”, vivibili anche dall’esterno, contribuendo a sfatare quell’’impronta inespressiva ed incolore che ha caratterizzato alcuni quartieri di Milano.

Ma una nuova sensibilità ha richiamato grandi architetti, abituati a lavorare in Europa dove questo tipo di approccio progettuale è una prassi. È così che nascono interventi con più aree verdi, più valorizzazione per l’architettura intesa come arte.

Non ho dunque particolari timori per questi cambiamenti. Mi auguro che sia davvero cambiato il modo di vedere la città e con esso soprattutto chi delle città ne fruisce: l’uomo.